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Atletica, zero tituli e un bailamme di ricette per cambiare: ma non snobbiamo la periferia

Atletica, zero tituli e un bailamme di ricette per cambiare: ma non snobbiamo la periferia

di Claudio Strati

«Forza ragazze». «Grazie!». Sul lungo Tamigi, tra il lugubre ponte dei Frati Neri (al centro di una truce storia italiana degli anni '80, con la fine del banchiere Calvi "suicidatosi" sotto i suoi archi) e quello gioioso del Millennium, reso celebre dalla saga cinematografica di Harry Potter,

il sabato prima della gara mondiale, sfrecciavano le marciatrici azzurre. Un'ultima sgambata salutare, che il giorno dopo avrebbe portato alla medagli(etta)a della grandissima Antonella Palmisano, simbolo di un'atletica italiana rara, quella che non molla, quella fatta di fatica e determinazione.

Una medaglia di bronzo a tutto tondo, non una medaglietta come qualcuno l'ha chiamata volendo sminuire l'impresa, travolto dalla censura a 360 gradi della spedizione azzurra. In effetti ai mondiali di Londra il team Italia ha fatto l'ennesima cilecca, accumulando controprestazioni e imbroccando pochissime finali. Solo la finanziera Palmisano, performance attesa peraltro, ha evitato la palma degli "zero tituli". Poi un sempre bravo Meucci sesto nella maratona, un volitivo Tamberi, nono a 2,29 nell'alto ancora succube dell'infortunio pre Rio, un roccioso in maglia "civile" 39enne Lingua nel martello, unico a conquistare una finale a 12 nelle specialità di pista e pedana all'Olympic Stadium.

Atletica, zero tituli e un bailamme di ricette per cambiare: ma non snobbiamo la periferia

Panorama sicuramente desolante. Dopo di che l'atletica sempre pochissimo trattata dall'informazione, e spesso, quando succede, con ripetitività, inesattezze e strafalcioni, è diventata protagonista delle scontate mazzate. Mai avuto tanti spazi informativi, tutti negativissimi invocando "la svolta". E tutti, purtroppo, dejà vu dopo altre spedizioni andate male. Ma la ricetta, variegata, che si propone per cambiare le cose non è del tutto chiara. Con di tutto un po': modificare i gruppi militari e i tempi di permanenza in divisa, specializzarli per discipline, concentrare tutto in centri federali, stop ai sorrisi in tv degli atleti dopo i flop, lasciare a casa anche chi ha i minimi e i diritti (sportivi) onde evitare brutte figure, utilizzare solo allenatori professionisti e via proponendo, spesso in modo contraddittorio. Gibilisco invoca il centralismo e la rinascita di Formia, ma spinge per un mega centro di preparazione dalle sue parti, a Messina.

Di certo cambiamenti si impongono, ma servono anche idee precise e una linea di tendenza. Spesso i commentatori rimpiangono i passati medaglieri, di epoche in cui la gestione degli atleti magari non era così intonsa, oppure sono firme di quelle stesse testate che hanno disquisito della opportunità di un ingaggio da 4 milioni annui piuttosto che da 6 per un diciottenne portierino già definito, con noia seriale, l'erede di Buffon. E' il mercato, bellezza, sorridono gli opinion maker più realisti del re, adeguandosi ai trend che loro stessi, decenni dopo decenni, hanno contribuito a creare dedicando il 95% o più degli spazi giornalistici al calcio, che pure alla causa italica non sembra più in grado di portare né "tituli" né fuoriclasse. Basti pensare a come è stato pompato l'europeo Under 21, finito come sappiamo. Ma si va avanti così, massacrando il resto delle discipline "marginali" delle quali pochissimo si sa e si scrive, a parte qualcosa della schiuma che galleggia sopra il tutto.

L'atletica "regina", che rimane tra gli sport con più tesserati, non sfugge alla regola. Occorre cambiare, sì, ma attenzione a dichiarare fallito il decentramento che comunque ha prodotto i bei risultati under 20 e under 23: il problema è tenerli su, questi giovani. Nel passato molti si sono persi: si decantano campioni e campioncini, si prevedono subito futuri prestigiosi, si creano aspettative. Ma dopo non c'è sostegno alle forze societarie locali per tenerseli e farli crescere. A Nordest le tre federazioni regionali stanno facendo squadra tentando di tirare fuori il meglio delle risorse umane, rivalorizzando ad esempio figure tecniche come Paolo Camossi, carriera cristallina alle spalle, capace anche di rapporti umani adeguati con gli atleti. Servono più che mai nomi e idee che arrivano dalla periferia: allargare la platea, non restringerla ai soliti noti. Aiutare a crescere i tecnici "dilettanti" della base, quelli che sanno aggiornarsi, lavorare e hanno l'umiltà di operare cooperativisticamente con i colleghi.

Poi i fautori del "mercato" dovrebbero tenere presente ciò che disse il ct Locatelli dopo aver avuto l'incarico: il 90 per cento dei tecnici è fatto da volontariato. Difficile invertire la tendenza in quattro e quattr'otto. Sapendo nulla del movimento e delle "seconde linee", che se tengono botta poi sono quelle che alla lunga rendono, si fa il copia e incolla di titoli e interviste ma non si aiuta il movimento "vero". E sui grandi temi, previsioni toppate su Bolt e consuntivi (sentita a Radio Rai) frettolosi: «A Londra rivincita dei bianchi sui neri», citando come esempio Sally Pearson. Ma semmai erano le altre a cercare la rivincita, visto che la biondissima australiana è arrivata a Londra con già in tasca l'oro di tre mondiali e un'olimpiade.

Certamente l'atletica deve cambiare alla grande, ma anche l'informazione. Però non succederà nessuna delle due cose, è così da anni: e se l'input non parte dall'informazione, con cognizione di causa, nulla si smuove. Eppure l'atletica, come dice Stefano Mei, resta la cellula base di tutto l'organismo sportivo. Piaccia o non piaccia.

Foto Il grande Sport: Trapletti e Palmisano lungo il Tamigi a Blackfriars Bridge il giorno prima della gara mondiale 

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