Follie italiane. Brescia, stadio chiuso per inquinamento

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Il Calvesi e il volo record di Simeoni

di Claudio Strati

L’ennesima follia italiana. Lo stadio Calvesi, un tempio dell’atletica, il luogo dove la grandissima Sara Simeoni,

nel ’78, superò l’asticella dell’alto a 2 metri e 01, prima donna al mondo a riuscirci, è chiuso per inquinamento di Pcb.

Policlorobifenili killer anche dello sport, il costo di una città molto metallurgica, hanno assalito le aree verdi, ma anche la pista e non è igienico frequentare quei luoghi di sport. I carabinieri su mandato della Procura bresciana hanno posto i lucchetti a un centro sportivo che è anche un parco verde, venutosi a trovare nella “zona rossa” ad alto rischio di contaminazione da Pcb nelle vicinanze del sito industriale della Caffaro.

La federazione ha sospeso le gare, gli atleti sono in trasferta, anche se la squadra femminile dell’Atletica Brescia 1950 deve fare la serie A e non sa bene dove andare. Ma ci sono anche atleti che devono preparare gli europei e i mondiali. Però, a parte in loco, la cosa non fa notizia in giro per l’Italia. Se delle atlete vere sono rimaste senza stadio, fa niente. Meglio parlare dell’ultima morosa di Balo, o di altre scemenze.

Al meeting di Gavardo uno striscione recitava “Salviamo l’atletica a Brescia”. Molti dei presenti non capivano, eppure venivano da zone vicine: Veneto, Trentino, Emilia.

Atlete e atleti hanno manifestato in piazza della Loggia, si sono messi ad allenarsi tra i passanti. Non c’è una struttura alternativa, adesso si corre per trovare i fondi nel decreto Monti per gli impianti sportivi per rimettere in sesto la pista dell’Abba; il Comune offre come soluzione tampone il campo Tartaglia.
Situazione kafkiana, sia perché una città leader si ritrova senza impianti alternativi (eppure l’atletica sarebbe “la regina degli sport”), sia perché abbiamo un’altra tangibile prova dell’inquinamento che avanza su case, campi, campagne e capannoni.

Italia terribile, come per la storia del cromo che per decenni ha inzuppato i terreni a Stroppari di Tezze sul Brenta (Vicenza) e testimoni raccontano che in quegli anni i bambini che andavano a giocare a pallone nel campetto a fianco del sito industriale tornavano a casa “con i calzetti azzurrini”, ovvero si inzaccheravano in pozze d’acque dove i metalli pesanti convivevano con la pioggia appena caduta.

C’è da salvare l’atletica a Brescia, di certo, ma c’è un’Italia non solo sportiva che ogni giorno regala una caduta di stile, un colpo ai sogni, una storia indecente.